
Le emozioni sono oggetto di studio senza tempo, di filosofi e psicologi. Del resto cosa saremo senza, se non un agglomerato di materia di carica neutra, sterile e arida? Secondo Goleman le emozioni sono state la saggia guida che ha accompagnato l’intera umanità nel cammino dell’evoluzione. Non solo la specie umana ma anche quella animale, come sosteneva Darwin. Gli animali di fronte ad uno stimolo pericoloso hanno la possibilità di attaccare, fuggire o immobilizzarsi. La scelta dipende dall’emozione che quello stimolo attiva. Appare allora chiaro il significato originario della parola emozione: dal latino “ex movere”, ovvero muovere fuori, scuotere, agitare. L’emozione diventa forza dinamica che guida la specie senza la mediazione della mente razionale. L’emozione è considerata un processo biologico che è quindi innato e primitivo. In quanto tale, le manifestazioni emotive sono universali e indipendenti dalla cultura di appartenenza. Esse rappresentano processi automatici, a rapida insorgenza e di breve durata, che una volta innescati non possono essere annullati. Al giorno d’oggi non si utilizzano più le emozioni per far fronte ad un pericolo così come lo intesero i nostri avi. La loro funzione protettiva è superata. E’ possibile percepire il senso di minaccia, pericolo o perdita ma esso è rielaborato grazie all’attivazione di processi cognitivi di tipo interpretativo. In particolari epoche storiche il dibattito filosofico era focalizzato sulla contraddizione emozione-ragione, sul conflitto così sentito tra mente e cuore, simbolicamente connesso al dualismo anima e corpo. Il controllo e la mitigazione emotiva sembravano aver avuto la meglio sul libero fluire delle passioni, simbolo di fragilità, amoralità e concupiscenza. Ma quindi oggi cosa ce ne facciamo delle emozioni? Innanzitutto esse ci consentono di entrare in contatto con lo stato interno personale, sono indice del grado di soddisfazione e di benessere a cui ognuno auspica. Inoltre, esse permettono di comunicare agli altri il proprio stato interno, attraverso l’uso di comportamenti verbali e non verbali. Queste due prospettive, interna ed esterna, sono strettamente correlate tra loro. In sostanza le emozioni ci dicono cosa proviamo nel qui e ora, ma anche cosa abbiamo provato in passato, per esempio rievocando un ricordo ed associando ad esso un preciso stato d’animo. Il processo emozionale non è fluido, spontaneo e diretto perché nel momento in cui sentiamo un’emozione interviene la neocorteccia, la ragione, la razionalità. E allora il processo si interrompe, decide di prendersi una pausa per poi riavviarsi oppure bloccarsi definitivamente. L’emozione viene ingoiata, non digerita, rimuginata, demonizzata. La causa di questo fenomeno è il giudizio che viene applicato all’emozione: la mente categorizza, divide, analizza, schematizza, incasella. Essa ci ha portati a suddividere le emozioni in positive (gioia, amore, felicità, speranza, gratitudine) e negative (paura, rabbia, tristezza, disgusto, invidia, gelosia, nostalgia). Le prime vengono rincorse, le seconde fuggite. Eppure entrambe sono utili per evolvere, crescere e trasformarsi. Ciò è possibile solamente se disposti ad uscire dalle credenze sociali. La credenza è una verità assoluta per la mente. Pensiamo ai proverbi, ai detti popolari, alle credenze famigliari, scolastiche e religiose. Nessuno ci ha mai detto che essere arrabbiati, tristi o impauriti sia un bene. Nel momento in cui proviamo un’emozione dobbiamo accoglierla, viverla, attraversarla senza giudicarla bene/male, buona/cattiva, vantaggiosa/svantaggiosa. In uno stato di non giudizio l’emozione apparentemente negativa libera il suo potenziale di evoluzione interiore. Così facendo le emozioni diventano una forza e non più un ostacolo. Si trasformano in uno strumento per dissolvere l’ego e raggiungere una dimensione spirituale appagante. Sperimentare liberamente le emozioni è un diritto, è ricordare a sé stessi di essere vivi. Sganciarsi dalle esperienze infantili è la chiave che apre la porta della libertà. Se un’emozione ha lasciato una traccia, o meglio una ferita, possiamo darle nuova forma, rimodellarla con un livello di consapevolezza superiore perché altrimenti rimaniamo intrappolati nei labirinti della mente. Saremo sempre vittime e non artefici del nostro destino. La mente vuole il controllo ed è per questo che condanna le emozioni. La paura è originariamente paura dell’ignoto, del vuoto, della fine. La rabbia è espressione di impotenza di fronte alla consapevolezza del non poter dominare gli eventi. La tristezza diventa allora rassegnazione di fronte a tale frustrazione. Ma se usciamo da una prospettiva mentale scopriamo come l’oscurità, la fine, il cambiamento, l’imprevedibilità sono tutte peculiarità della natura. Esse includono in sé stesse anche il seme che permette una nuova nascita e quindi la luce, l’abbondanza, la fertilità. Gli opposti esistono solo in virtù di sé stessi. Non è possibile scindere i due elementi, sarebbe innaturale. Quando ci arrabbiamo vogliamo difendere il nostro confine psichico, emotivo o fisico. La rabbia si trasforma allora nella molla che ci spinge a fare qualcosa per difenderci e a non subire da vittima. Fin dall’infanzia le figure genitoriali impongono al bambino dei limiti sottoscritti da regole. Solitamente il bambino tenta di valicare ed estendere questo limite per affermare sé stesso, così facendo dà libera espressione al proprio istinto aggressivo nonché alla rabbia. Egli vuole provocare qualcosa nell’ambiente esterno, capire cosa significa imprimere il proprio io al di fuori di sé. Le emozioni sono simboleggiate dall’Acqua, elemento che assume forme diverse in base al suo contenitore. Nasce come sorgente per poi diventare torrente, onda, stagno, tsunami e si traduce in flusso emotivo come la lacrima, il caos, l’illusione, il sogno, il desiderio di tenerezza, il femminile, la sensibilità, l’intuizione, l’empatia, la creatività. La vera differenza risiede nella conoscenza di sé e nell’avere il coraggio esplorare le profondità emotive personali, in termini sia di avversità che di gratificazioni.
