La rabbia, potente alleata.

In questo articolo mi occuperò di descrivere il costrutto della rabbia. Ho scelto di focalizzarmi su di essa perché è un’emozione ampiamente diffusa. La rabbia è un’emozione primaria degna di menzione perché è difficile farla diventare nostra complice, tanto da essere spesso giudicata negativamente dalla società odierna. Questo avviene perché viene lasciata fluire in modo disfunzionale: ci si può trovare di fronte ad esplosioni di rabbia o ad una totale repressione, meno spesso si è in grado di controllarla e gestirla. Non solo, essa è erroneamente associata all’aggressività, come se non esistesse altra modalità espressiva. L’aggressività infatti è una condotta fisica che ha il fine di colpire un oggetto o una persona oppure un atteggiamento verbale minaccioso rivolto ad un soggetto. Il provare rabbia non prevede necessariamente l’adozione di un comportamento aggressivo. Averill (1982) a tal proposito classifica la rabbia secondo tre differenti funzioni: la rabbia malevola è espressione di odio e disprezzo nei confronti di un’altra persona ed ha lo scopo di rovinare o interrompere la relazione con la stessa; la rabbia costruttiva si prefigge lo scopo di alimentare positivamente una relazione, cercando di mediare per trovare un punto d’accordo che permetta di mantenere la propria autonomia e nel contempo stimoli l’altro a lavorare sul proprio modo d’essere; la rabbia esplosiva infine, è manifestazione aggressiva ed istintuale di una tensione interiore che molto probabilmente si scaglia contro un destinatario con cui si vuole troncare il rapporto. Nel mondo occidentale essa è per lo più giustificata e tollerata come espressione dell’archetipo maschile. Questo è dovuto al fatto che nell’antichità l’uomo poteva liberare la rabbia nei combattimenti e nello sport, dove essa era anche valorizzata. L’archetipo femminile non prevede la libera manifestazione della rabbia, come se essa fosse un’emozione di genere. Al contrario ci si aspetta che la donna, simbolo di riflessione e sentimento, reprima o trasformi tale emozione. Ne consegue una rimozione collettiva irrisolta, nel senso che la rabbia troverà sicuramente altri canali per manifestarsi, ci sono donne che per esempio la direzionano contro sè stesse come forma autodistruttiva oppure emerge come disturbo psicosomatico o mentale. In generale è bene ricordare che la rabbia in quanto emozione primaria, a suo tempo ebbe una funzione adattiva ed è presente in ogni specie animale, incluso l’uomo. Pertanto se, ad oggi, essa non si propone più di soddisfare il bisogno di difesa dei confini territoriali come primitivamente inteso, è necessario individuarne una funzione più moderna e vantaggiosa. Possiamo dire che è stata mantenuta la funzione di difesa, ma non certo in termini di conquista del territorio. Più comunemente quando ci arrabbiamo vogliamo difendere il nostro confine psichico, emotivo o fisico. La rabbia è la molla che ci spinge a fare qualcosa per difenderci e a non subire da vittima. Fin dall’infanzia le figure genitoriali impongono al bambino dei limiti sottoscritti da regole. Solitamente il bambino tenta di valicare ed estendere questo limite per affermare sé stesso, così facendo dà libera espressione al proprio istinto aggressivo nonché alla rabbia. Egli vuole provocare qualcosa nell’ambiente esterno, capire cosa significa imprimere il proprio io al di fuori di sé. Inoltre le ricerche di Bowlby (1980) ci mostrano come il bambino fin dai primi mesi di vita manifesti rabbia di fronte ad eventi di separazione. L’autore specifica la funzione adattiva di tale reazione: affrontare gli impedimenti frapposti nel ricongiungimento con il caregiver e disincentivare lo stesso a non andarsene nuovamente in futuro. La rabbia si esprime in maniera più naturale e non mediata dalla cultura soprattutto nei bambini, negli animali e in persone affette da disturbi mentali. Tali categorie non sottostanno alle norme culturali per diversi motivi, ma ciò che li accomuna è il non aver appreso o perduto le competenze emotive che inibiscono e controllano la manifestazione emotigena. La rabbia sembrerebbe essere l’emozione che più di tutte è stata oggetto di controllo attraverso l’educazione. Negli ultimi anni sia nei bambini che negli adulti ha preso piede l’idea che una repressione consapevole della rabbia sia il modo migliore per affrontarla. Con questo s’intende l’assumere atteggiamenti di calma e rilassamento interiore qualora ci fosse l’insorgere dell’ira, controllando il proprio stato mentale. Questo può essere facilitato dal trovare uno scopo sovraordinato che ci impedisce di dare libero sfogo all’energia della rabbia: per esempio posso limitare la mia reazione se ho la consapevolezza di dover mantenere un determinata immagine pubblica e diplomatica. Il processo di innesco della rabbia ha origine di fronte alla presenza di uno stimolo scatenante. Quando un soggetto valuta come pericoloso uno stimolo si attiva dal punto di vista fisico con la mimica facciale a carattere universale come aggrottare la fronte, stringere i denti e chiudere le labbra ed assumere una colorazione rossastra. Espressioni verbali offensive possono accompagnare tale la manifestazione emotiva così come il cambiamento della voce che si fa stridula o grossa. Inoltre ci può essere un aumento dei parametri cardiaci, pressori, ipersudorazione e tensione muscolare. L’attivazione si verifica anche da un punto di vista cognitivo, infatti sorgono pensieri e credenze che alimentano l’emozione. In questi momenti si vive la sensazione di dover scaricare in qualche modo la tensione creata dalla rabbia per trovare un nuovo equilibrio. La rabbia è disfunzionale quando mette a repentaglio la propria e altrui sicurezza con condotte pericolose perché chi la prova perde momentaneamente la capacità di intendere e di volere. Inoltre essa può creare disagio nelle relazioni sociali e malessere interiore. Pertanto la rabbia può essere direzionata verso la persona che l’ha provocata, verso noi stessi o nei confronti di un terzo che funge da capro espiatorio ma che in realtà non ne è responsabile. In linea generale la rabbia insorge quando qualcuno o qualcosa ci impedisce di raggiungere un obiettivo, quando il nostro comportamento rivolto ad uno scopo viene interrotto, come conseguenza della violazione alle norme, di fronte ad umiliazione ed ingiustizie o a causa della frustrazione. Essa ci colpisce più intensamente se le persone coinvolte rientrano negli affetti più stretti, visto che temiamo maggiormente di perderli o di esserne feriti. Inoltre quando una discussione accesa è seguita da una mediazione, la qualità della relazione aumenta in termini di fiducia e complicità. E’ utile sapere a quali stimoli siamo particolarmente sensibili e quando non siamo più in grado di controllarla, così da poter lavorare su una situazione specifica prima di esplodere in modo disfunzionale. Il problem solving nella terapia cognitivo-comportamentale suggerisce l’utilità di spostare il focus sulla possibile risoluzione della situazione, piuttosto che sulla causa che l’ha scatenata. Il soggetto dopo aver razionalizzato sul proprio stato emotivo è in grado di ipotizzare strategie d’azione alternative per poi scegliere quale attuare. Un altro metodo è quello di incanalare positivamente l’energia della rabbia in attività sportive o creative. Qualunque scelta si decida di perseguire è di fondamentale importanza ricordare che la rabbia è un’emozione come le altre, non va cancellata né disprezzata. Anzi, va ascoltata come se autentica messaggera, del resto le sue origini ci suggeriscono che altro non vogliono se non darci protezione.

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